Le fanciulle di Hiroshima – Sopravvivere dopo la bomba atomica

Il 1945 è un anno molto difficile. La Seconda Guerra Mondiale miete le sue vittime senza sosta, sebbene ormai essa sia quasi alla fine. In Italia la guerra è finita già a fine aprile. In Giappone, invece, essa continua ancora.
Il popolo giapponese soffre ma continua la sua vita, ligio al dovere e fedele alla causa.
Quasi ogni città è stata duramente provata da questo flagello, tanto che la popolazione è abituata a vedere i B-29 americani che sorvolano i cieli del paese.

Il sei agosto 1945 Hiroshima è uno di quei luoghi che ancora è stato toccato relativamente poco dalla guerra. I giapponesi si sono resi conto che ciò è  strano ma imputano la cosa ai più diversi fattori, tra cui la supposta presenza di un parente del presidente Truman in zona.
La realtà è diversa. La città è un importante centro militare ed è proprio questo il motivo per cui non è mai stata bombardata. L’idea americana è quella di mantenerla intatta e usarla come campo di studi, qualora fosse necessario utilizzare l’arma segreta che da qualche anno è in preparazione. La stessa sorte tocca ad altri luoghi quali Kyoto e Kokura. Alcuni giapponesi, tuttavia, sentono che un pericolo è in agguato e che, la città sia stata risparmiata perchè per i suoi abitanti c’è in serbo qualcosa di terribile, come anticipato dai volantini americani lanciati su Hiroshima il 27 luglio. In essi si annuncia che se il Giappone non si arrenderà, il paese verrà distrutto. Nessuna menzione di armi speciali però o che sia proprio la città il bersaglio.

nucleardarkness.org

Alle otto del mattino del sei agosto i 320.000 abitanti di Hiroshima hanno iniziato la loro routine. Ognuno si impegna duramente e fa la sua parte, come quei ragazzi in età scolare che studiano e lavorano nelle fabbriche della città.
La giornata è bellissima, il cielo è terso e azzurro e un B-29 sorvola la città. Il gigante color argento non è però un mezzo qualsiasi. E’ stato battezzato Enola Gay e viaggia insieme ad altri due apparecchi: The Great Artist e Necessary Evil. Enola Gay è il mezzo che trasporta l’arma che permetterà agli Stati Uniti di piegare definitivamente la resistenza giapponese.
Alle 8:14 e 45 secondi viene sganciata la bomba atomica, soprannominata Little Boy.

Un’onda d’urto fortissima attraverso la città e, dove prima c’era un centro abitato, non ci sono altro che fiamme e rovine. Circa 80.000 persone muoiono sul colpo e il 90% degli edifici della città viene distrutto.
Coloro che sono più vicini al punto d’impatto, semplicemente svaniscono nel nulla. Di loro non rimane traccia, se non qualche ombra, come quella conosciuta come “l’ombra della Sumitomo Bank”.

worldwar2database.com

I testimoni parlano di un panorama apocalittico, come se le bocche dell’inferno si siano improvvisamente spalancate e abbiano inghiottito la città. Le strane traboccano di morti e feriti agonizzanti. Alcuni gridano chiedendo acqua, altri vagano cercando i propri parenti dispersi.

Dopo l’esplosione, una pioggia nera comincia a cadere. I giapponesi la chiamano kuro ame, in gergo tecnico si chiama fall out. Essa è costituita dai residui del materiale esploso ed è fortemente radiattiva. Senza che gli abitanti lo sappiano, il fall out è altamente pericoloso e sarà la causa di decine di migliaia di morti.
Più di 100.000 sono coloro che moriranno in seguito per gli effetti della bomba atomica.
Altri sono orribilmente ustionati e resistono pochi giorni, prima di morire tra atroci sofferenze. Non c’è modo di curare i feriti se non cono rimedi improvvisati, perchè anche ospedali, medici e infermieri sono vittime della bomba.
Il nove agosto la stessa sorte tocca a Nagasaki, scelta all’ultimo momento al posto di Kokura.

afsc.org

Il dramma dei sopravvissuti

Quando i morti vengono sepolti però, inizia il calvario di chi è sopravvissuto. Alcuni muoiono nei giorni seguenti, altri pochi mesi dopo.
I sopravvissuti vengono chiamati “hibakusha”, una parola che indica coloro che  sono stati soggetti ad una delle due bombe atomiche. Il loro numero è altissimo, perchè comprende quattro categorie di persone:
1) Coloro che si sono trovati a distanza di quattro/cinque chilometri dall’epicentro.
2) Coloro che hanno visitato la città nei successivi quattordici giorni e sono entrati in determinate zone.
3) Chi è entrato in contatto fisico con vittime dell’esplosione.
4) I f igli di donne incinte al momento dell’attacco.

Sono circa 650.000 e alcuni di loro tornano a vivere vite normali, cercando di nascondere di essere hibakusha e di sfuggire allo stigma sociale che li perseguita. Un hibakusha è considerato una persona potenzialmente malata e da cui tenersi lontano, discriminato e quasi colpevolizzato. Impossibile ottenere un lavoro o sperare di sposarsi e avere figli, per il timore che essi possano nascere geneticamente tarati.
La sorte peggiore tocca a coloro che sono rimasti gravemente ustionati e sfigurati dopo l’esplosione. La società li rifiuta e li condanna all’emarginazione. Le cure stesse sono relativamente disponibili, sopratutto perchè la chirurgia plastica non è una soluzione immediata e le ustioni che si cicatrizzano lasciano corpi e volti coperti di cheloidi (cicatrici in rilievo molto evidenti) e membra deformi.

Le fanciulle di Hiroshima

Dopo la fine della guerra, quando lentamente ci si inizia a riprendere, a Hiroshima si formano diversi gruppi di incontro per gli hibakusha. Uno di questi, di carattere politico, è promosso dal reverendo Kiyoshi Tanimoto, un ministro metodista molto attivo già durante la guerra. Nel 1951 Tanimoto crea un nuovo gruppo, stavolta dedicato solo a giovani donne che sono rimaste sfigurate e che hanno bisogno di reale sostegno, sia psicologico sia fisico. La prima ad unirsi al gruppo è Shigeko Niimoto. La ragazza ha solo tredici anni quando la bomba viene sganciata. Poichè si trova a un chilometro e mezzo dall’epicentro, viene investita in pieno dall’esplosione, che le produce ustioni su un terzo del corpo e le lascia volto, collo, mento e torace fusi insieme.

Insieme a lei sono molte altre che frequentano le riunioni, giovani donne tagliate fuori dal mondo considerate alla stregua di mostri dalla società.
Al reverendo Tanimoto viene l’idea di coinvolgere i suoi contatti negli Stati Uniti per aiutarle, con il proposito di mostrare al mondo gli effetti della bomba atomica per agevolare il processo di pace.
La stampa inizia ad interessarsi al caso e battezza le giovani “genbaku otome” (le ragazze della bomba atomica). Nel giugno del 1952 venti di loro vengono operate a Osaka e Tokyo ma l’instancabile Tanimoto non si ferma. La chirurgia plastica in Giappone non è all’avanguardia come negli Stati Uniti e il reverendo ha un nuovo obiettivo: raccogliere abbastanza fondi per portare le sue protette proprio nel paese che ha sganciato la bomba.

Il piano di Tanimoto ha successo e, venticinque delle sue “Keloid girls” arrivano davvero negli Stati Uniti.  A coordinare il tutto è il giornalista americano Norman Cousins, socio di Tanimoto e direttore del Saturday Review, che già da tempo pubblica articoli dedicati alle vittime della guerra. L’uomo si occupa di assicurare l’adeguata pubblicità e il denaro necessari all’impresa, riuscendo ad ottenere visibilità per il progetto.

elaunch.com.au

Il soggiorno americano dura dal maggio 1955 sino al novembre 1956 e le ragazze sono ospiti di volenterose famiglie quacchere. Nei lunghi mesi in America le ragazze imparano a conoscere gli Stati Uniti e la loro cultura, rappacificandosi con quel paese che ha causato loro inimmaginabili sofferenze.

L’undici maggio 1953 Tanimoto e due delle ragazze (Toyoko Minowa e Tadako Emori) sono addirittura ospiti del popolare programma TV This is your life. Negli studi è presente nientemeno che Robert Lewis, il co-pilota dell’Enola Gay. Con imbarazzo l’ufficiale dona 50.000 dollari per le spese chirurgiche, mentre le giovani hibakusha sono nascoste dietro uno schermo. Tentativo di nascondere al pubblico i reali effetti della bomba atomica, come dicono i maligni, oppure semplicemente necessità di non turbare gli spettatori.

Nei diciotto mesi di permanenza negli USA le giovani subiscono in totale 138 operazioni chirurgiche presso l’ospedale Monte Sinai di New York. Insieme a loro è partito anche un numero di medici giapponesi cui viene data la possibilità di studiare le tecniche di chirurgia plastica e aiutare le numerose altre vittime della bomba atomica.

http://intersections.anu.edu.au

Le polemiche sono molte, sia in Giappone che negli Stati Uniti, ma il viaggio delle giovani ha successo. Una di loro, la ventiquattrenne Tomoko Nakabayashi muore di attacco cardiaco durante l’operazione, ma le altre 24 hanno ripreso il controllo della propria vita. Esse tornano a Hiroshima pronte a ricominciare, grazie alla generosità delle famiglie che le hanno ospitate e aiutate a sviluppare i propri talenti. Alcune hanno imparato la dattilografia, altre hanno preso una rivincita lavorando nel mondo della cosmesi. Alcune si sono sposate e hanno avuto la gioia di avere figli sani, altre come Misako Tachibana imputano alle radiazioni le mancate gravidanze. Michiko Yamaoka ha studiato sartoria, mantenendo se stessa e la madre, in un Giappone dove le donne lavoratrici non sono ben viste.

Ancora oggi le sopravvissute raccontano la propria esperienza, capitanate dall’instancabile Shigeko Niimoto, che a più che ottuagenaria, viaggia ancora ovunque sia necessario, pur di far conoscere al mondo la tragedia che l’ha vista protagonista.

Related posts

One thought on “Le fanciulle di Hiroshima – Sopravvivere dopo la bomba atomica

  1. Gianni Sartori

    ETA: ULTIMO ATTO?

    Dal fiero popolo basco una nuova sfida alla Storia, ma stavolta il “campo di battaglia” è quello della pace

    (Gianni Sartori)

    Esponenti accreditati della società civile confermano quanto si andava profilando da tempo: il disarmo totale e definitivo di Euskadi Ta Askatasuna (Paese Basco e Libertà).
    La data di tale evento, l’8 aprile 2017, non sembra scelta a caso. Cadrà infatti pochi giorni prima dell’Aberri Eguna. La prima celebrazione del Giorno della Patria basca risale alla Domenica di Pasqua del 1932. Con questa ricorrenza, altamente simbolica, il nazionalismo basco intendeva richiamarsi all’insurrezione irlandese della Pasqua del 1916.

    Non si può escludere che proprio in occasione dell’Aberri Eguna di quest’anno ETA dia l’annuncio di autoscioglimento come organizzazione armata. Pur continuando a lottare, ovviamente con altri mezzi, per l’indipendenza e il socialismo.

    La scorsa settimana Bake Bidea, piattaforma della società civile che promuove il processo di pace in Euskal Herria, aveva organizzato un convegno (“Il disarmo al servizio del processo di pace”) a Biarritz, nel Nord del Paese basco (Ipar Euskal Herria, sotto amministrazione francese). Vi avevano preso parte numerosi esperti e rappresentanti degli “Artigiani della Pace”. Tra questi, le cinque persone arrestate lo scorso dicembre mentre si apprestavano a mettere fuori uso un certo quantitativo di armi di ETA (come concordato con l’organizzazione indipendentista armata). Un gesto di “buona volontà” (già applicato positivamente in Irlanda del Nord) che si voleva propedeutico alla soluzione politica del conflitto, ma che invece era incorso nella repressione e nella manipolazione mediatica.
    A circa due anni dalla “Conferenza umanitaria per la pace nel Paese Basco” e a cinque anni dall’inizio del mandato del governo socialista francese, il Convegno di Biarritz ha rappresentato l’occasione per un bilancio e una riflessione sul ruolo della società civile nel promuovere il processo di pace. Un processo destinato ad avanzare soltanto per l’impegno del popolo basco, non certo per la sostanziale assenza dei governi spagnolo e francese.
    A seguito della Conferenza umanitaria, si era costituita una “Commissione di giuristi per la pace nel Paese Basco”, composta da una ventina di giuristi francesi e baschi,
    per riflettere sulle possibili soluzioni per la situazione in cui versano i prigionieri politici.

    Un breve riepilogo sugli eventi di Luhuso (Louhossoa, Pyrénées -Atlantiques), la località vicino a Bayona in cui vennero arrestate le cinque persone coinvolte nell’operazione di distruzione delle armi di ETA.

    Il 16 dicembre 2016 alcuni rappresentanti della società civile avevano preso la storica decisione di intervenire direttamente, in prima persona, nel disarmo di ETA.

    Tra loro, i due primi arrestati: Michel Berhocoirigoin (ex presidente di Euskal Herriko Laborantza Ganbara e sindacalista) e Jean-Noël Etcheverry (militante di organizzazioni ambientaliste e pacifiste come Bizi). Entrambi sono conosciuti in Ipar Euskal Herria sia per la loro attività politica, sindacale e sociale che per il coinvolgimento nel processo di pace.
    In un primo momento si era parlato anche di Michel Tubiana, presidente onorario della Lega per i Diritti dell’Uomo di Francia. Invece non si trovava tra gli arrestati, ma soltanto perché non era uscito da casa per tempo. Si dichiarava comunque a disposizione delle autorità in quanto firmatario del documento sottoscritto da Michel Berhocoirigoin e Jean-Noël Etcheverry.
    Inoltre Tubiana condannava fermamente l’operazione che aveva portato all’arresto dei due esponenti pacifisti e ribadiva il suo coinvolgimento per la pace e il disarmo.
    Nella medesima circostanza venivano fermati la giornalista Béatrice Molle-Haran (di Mediabask), Michel Bergouigan (“Irulegi”) e Stèphane Etchegaray che doveva riprendere l’operazione.
    Dopo quattro giorni di detenzione i cinque vennero rimessi in libertà, ma posti sotto controllo giudiziario e accusati di “porto, trasporto e detenzioni di armi, di munizioni e prodotti esplosivi in associazione con organizzazione terrorista”. Accuse per cui, in teoria, potrebbero essere condannati dai 15 ai 20 anni di prigione.

    Con una loro dichiarazione scritta in precedenza, prevedendo un’azione giudiziaria, Tubiana, Berhocoirigoin e Etcheverry rivendicavano che “in quanto esponenti della società civile e senza nessun legame e subordinazione rispetto a ETA abbiamo deciso di dare inizio al processo di disarmo dell’organizzazione armata con la distruzione di un primo stock di armi corrispondente al 15% dell’arsenale di cui dispone ETA”.
    Nello stesso documento si appellavano alla società civile e agli eletti chiedendo di “mobilitarsi in massa, in modo totalmente pacifico, per sostenere la necessità di un disarmo ordinato e controllato”.
    Pronta la risposta popolare: una grande manifestazione a Baiona con concentramento in Euskaldunen Plaza all’insegna della parola d’ordine: “Bakearen alde, liberté pour les artisants de la paix”.
    Altre manifestazioni a sostegno dei cinque militanti si svolgevano in tutta Euskal Herria il 17 dicembre 2016, nel giorno successivo al loro arresto.
    In un altro documento Tubiana, Berhocoirigoin e Etcheverry chiarivano ulteriormente il loro ruolo di “intermediari tra ETA e uno stato che vorremmo portare a riflettere”. Un atteggiamento il loro, lo riconoscono, che potrebbe “apparire pretenzioso, ma abbiamo deciso di assumerci le nostre responsabilità nella convinzione che questo può essere utile per la pace”.
    Contro questo genere di persone, avulse da ogni apologia della violenza, si era messa in campo un’operazione congiunta della Guardia Civil spagnola e della Direccion General de Seguridad Interior (DGSI). Operazione che venne poi falsamente presentata dal Ministero dell’Interno come un “nuovo colpo assestato agli arsenali di ETA”. Stando a quanto aveva divulgato Euskal Irratiak, l’abitazione in cui si svolgeva l’operazione si trova nel quartiere di Kurutxeta, tra Luhuso e Heleta. Mentre la polizia completava la perquisizione, un centinaio di cittadini (non certo pochi per una località che conta un migliaio di abitanti) si erano riuniti all’esterno protestando. Verso le ore 21 @bakeaEHan (PaixEn PB/bakeanEHan) aveva lanciato una serie di tuits per segnalare che si stava svolgendo un’operazione di polizia a Luhuso per “impedire la distruzione delle armi di ETA da parte della società civile”.
    Secondo quanto riportava recentemente Le Monde “l’essenziale dell’arsenale militare dei separatisti di Euskadi Ta Askatasuna è nascosto in Francia”. Anche dopo l’abbandono della lotta armata nel 2014, secondo il noto quotidiano francese, centinaia di fucili d’assalto, pistole, esplosivi rimarrebbero ancora disseminati e nascosti in rifugi e nascondigli. E Le Monde confermava che “diverse centinaia di persone e numerosi eletti della regione parteciperanno a questa operazione di inedita ampiezza”. Operazione, ripeto, prevista per l’8 aprile; sempre che i governi di Madrid e Parigi non decidano di vanificarla. Per esempio, nel caso della Francia, rifiutandosi di prendere in carico le armi consegnate sotto gli occhi di osservatori internazionali.
    “ETA ci ha affidato la responsabilità del disarmo del suo arsenale e, alla sera del prossimo 8 aprile, ETA sarà totalmente disarmata” ha ripetuto in varie occasioni Etcheverry. Ricordando poi come da tempo la società civile basca sia in attesa di un intervento del governo francese a favore del processo di pace avviato nel 2011 con la Conferenza internazionale di Ayete a Donosti (San Sebastian).
    Tra i contributi più significativi al laborioso processo di pace che comunque, governi permettendo, si va costruendo n Euskal Herria, segnalo un cortometraggio realizzato da La Bande Passante:
    “La Paix Maintenant, une exigence populaire”.
    Come spiega la pellicola, è questa forse la prima volta nella storia dei conflitti che un’organizzazione politico-militare consegna le armi e dichiara unilateralmente la pace senza contropartite.
    E proprio dalla consapevolezza dell’importanza storica di questo gesto è scaturita la mobilitazione di ampi settori della popolazione basca che vuol farsene carico direttamente.
    Auguri al popolo Basco, se li merita.
    Gianni Sartori

Leave a Comment