Akira Kurosawa: tra occidente e oriente

Non storia strettamente ma storia del cinema, così ho il piacere di presentare un brevissimo saggio dedicato al regista giapponese Kurosawa Akira e al suo rapporto con l’occidente.

Il più “occidentale dei registi giapponesi” e “un autore di film di samurai”. Due definizioni antitetiche per  Kurosawa, cineasta, giapponese, insuperato maestro per le giovani generazioni di registi nipponici.kurosawa
Se è vero che in occidente è conosciuto per i suoi film ambientati nell’antico Giappone (ah, quel I sette samurai, così apprezzato da essere riproposto in chiave western da John Sturges) è pur vero che la sua opera, all’occhio di chi voglia allontanarsi un attimo dallo stereotipo, risenta vivamente dell’influsso della letteratura occidentale.
La chiave è da ricercare nella biografia di Kurosawa. Dapprima è il padre Isamu, grande appassionato di cinema, a indirizzarlo. Già dall’infanzia i primi film che il giovane Kurosawa vede, sono quelli americani e uno dei suoi primi ricordi sarà il volto virile dell’attore William Hart, significativo segno della futura passione verso personaggi maschili di grande virilità e forza morale. Secondo cronologicamente ma primo per l’enorme influenza è l’adorato fratello Heigo che lo conduce verso quegli amori che accompagneranno il futuro regista per tutta la vita: la pittura, il cinema e la lettura. Di quattro anni maggiore, Heigo è appassionato di letteratura occidentale ed è lui a fornire al fratello le prime letture, che siano Shakespeare o Dostoevskij, o magari Gorkij. Inoltre, particolare ancora più rilevante, Heigo Kurosawa è un benshi, un commentatore di film muti, specializzato in filmografia occidentale presso un’importante sala della capitale. Grazie a lui Kurosawa ha la possibilità di accedere gratis alle sale cinematografiche e conoscere la copiosa produzione americana degli anni tra il 1920 e il 1934.
E’ così da quest’insieme di fonti che Kurosawa assorbe ciò che poi caratterizzerà la sua produzione cinematografica. Lo spettatore ha così la possibilità di scegliere tra Shakespeare (Il trono di sangue, Ran) oppure Dostoevskij (L’idiota) o ancora Gorkij (I bassifondi), senza contare i numerosi spunti che appaiono costantemente nella sua produzione.
L’Idiota (1951) è una fedele trasposizione dell’omonimo romanzo di Dostoevskij, trasferita dalla russa. Una pellicola molto amata dal regista che afferma che sia stato proprio L’idiota ad essere il suo lavoro più intimamente personale, quello che meglio corrisponde alle sue ambizioni di regista. Massacrato senza pietà dalla produzione a causa dell’eccessiva lunghezza, L’Idiota ha un grande insuccesso di critica ma è apprezzato dal pubblico che invia a Kurosawa numerose lettere di entusiasta ammirazione.idiota
All’ispirazione dostoevskiana segue un’incursione nel mondo di Maxim Gorkij, con I bassifondi, tratto da L’albergo dei poveri , un testo che viene interpretato in chiave esistenziale, senza cambiare assolutamente il testo o i personaggi. Come già per L’idiota, l’unica libertà che Kurosawa prende, è nell’ambientazione geografica.
Ben più famosi presso il pubblico occidentale sono le opere tratte da William Shakespeare. Primo in ordine di tempo è Il trono di sangue, presentato al pubblico nel 1957, magistrale trasposizione in chiave nipponica del Macbeth, ambientato in un oscuro Giappone quasi barbarico, in cui i personaggi abbandonano il forbito linguaggio shakespeariano per assumere i toni delle maschere del teatro No. Del 1984 è Ran, una colossale coproduzione nippofrancese, libera trasposizione del Re Lear del Bardo. Nel realizzarlo, Kurosawa immette un suo pensiero particolare, interrogandosi sul perché gli umani ripetano nei secoli gli stessi errore, uccidendosi per il potere. Il successo di Ran è quasi travolgente, Woody Allen addirittura lo definisce il più bel film dell’anno e forse dell’ultimo decennio.
Amato e osannato in vita dal grande pubblico occidentale, quanto spesso ostracizzato in patria, è stato giudicato in mille modi diversi. La critica più pesante viene paradossalmente dal proprio paese d’origine che, lo accusa di essere un autore eccessivamente occidentalizzato, quasi a voler sottolineare la verità del detto “nessuno è profeta in patria”. Tuttavia, per quanto sia lecito ascoltare ogni giudizio, tacciare Kurosawa di occidentalismo è esagerato. Se è innegabile l’amore per la cultura occidentale, è più il caso di parlare di cosmopolitismo che di occidentalismo, perché Kurosawa è autore di cultura poliedrica che assorbe tutto ciò che tocca, che ama il teatro tradizionale nipponico così come Shakespeare o gli autori russi. Non autore occidentalizzato allora, ma un uomo che è riuscito a operare una sintesi tra culture diverse. Motivazione che spiega, senza inutili estremizzazioni, il suo grande successo.

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